2 maggio 2022, Parco Del Valentino, Torino
È un lunedì pomeriggio e l’estate è in anticipo. All’angolo di un prato, un cerchio: si parla, si osserva, ci si incontra.
L’idea di quel cerchio si era formata nelle settimane precedenti grazie a un semplice
passaparola: “Ti va di fare teatro?”. A quella trentina di ragazzз andava, e così era nato il nostro gruppo, il nostro progetto: era nato Teatro diVento.
È con questa fotografia scattata da Andrea Polesel, fondatore e conduttore della comunità teatrale Teatro diVento, che inauguriamo la serie di articoli che la nostra rivista ha scelto di dedicare a questa realtà torinese indipendente.
Nel corso di questi incontri virtuali cercheremo di raccontarvi i dietro le quinte di come funziona un gruppo teatrale, dalla sua nascita alla scelta del nome e del manifesto alla produzione di uno spettacolo vero e proprio, passando dalla scrittura del copione allo studio delle scene, dalla composizione delle musiche alla promozione sul territorio. A rompere il ghiaccio è proprio Andrea, che ci racconta dell’anima di Teatro diVento, che non è solo una compagnia, è casa e ritrovo, porto sicuro e spazio di espressione per oltre trenta ragazzз.
Ciao Andrea, ci hai già fornito un’immagine molto chiara e folgorante per descrivere la nascita della comunità, ma entriamo più nel dettaglio. Quale idea vi ha connessi nella sua creazione e che cosa significa per voi “fare teatro”?
Quando si immagina di creare un progetto teatrale, anche amatoriale come il nostro, probabilmente le prime immagini che vengono in mente sono quelle della performance finale, il palcoscenico, le luci, i costumi. Per noi, invece, è stato diverso. Abbiamo voluto iniziare dalla base, l’essenziale, ciò che ci ha davvero spintз a ritrovarci lì: il divertimento e le relazioni.
Già, perché il teatro questo dovrebbe essere, a tutti i livelli e a maggior ragione in un contesto amatoriale: qualcosa che si fa insieme, che crea relazioni tra lз compagnз e con il pubblico, e che prima di tutto diverte sia chi lo agisce che chi ne fruisce da spettatore. Altrimenti, perché farlo? Perché guardarlo? Questa è l’accezione della parola amatoriale che noi rivendichiamo: non una gerarchia al ribasso nei confronti di ciò che è professionale, ma la forza e l’autenticità di qualcosa che viene fatto da chi ama farlo, e perciò, facendolo, si diverte. Così abbiamo iniziato: giochi, laboratori e improvvisazioni tra i prati del Valentino, per tutta l’estate.
Come si trasforma un semplice ritrovarsi e giocare insieme in una comunità teatrale vera e propria?
La risposta per noi è proprio insieme, un passo alla volta. Quando insieme si sta bene, accade sempre un piccolo miracolo: nascono dei legami. Incontro dopo incontro, quello che era un amalgama di individui ha iniziato a trasformarsi in un gruppo, un Noi, una piccola comunità. Una comunità che è sempre rimasta aperta e accogliente verso ogni nuovo ingresso, e che nel frattempo andava costruendo relazioni, fiducia reciproca, e infine anche il germoglio di un’identità condivisa. Certamente, in questo, il teatro aiuta: gli strumenti che offre e le strade che chiede di percorrere sono elementi per loro natura umani, emotivi e relazionali, e in quanto tali detengono un potere spesso sorprendente di creare comunità.
Ecco quindi il motivo per cui scegliamo fin dal principio di raccontarci con l’appellativo di comunità teatrale, e non con il classico compagnia: crediamo che questo da solo non basti a raccontare quanto l’elemento umano e relazionale sia per noi una priorità, sia nella pratica che nei principi. Parlare di comunità per noi significa fare in modo che la struttura del gruppo sia meno gerarchica e più orizzontale possibile nella distribuzione di ruoli e responsabilità. Significa inoltre che tutte le decisioni importanti vengono prese collettivamente, in modo democratico e spingendosi sempre di più verso le pratiche della comunicazione non violenta, dalla stesura del canovaccio di uno spettacolo alle decisioni organizzative e amministrative, ciascuna delle quali porta con sé sempre lo stesso carattere relazionale e collettivo. Un esempio di questo processo decisionale partecipato è stato uno dei passaggi fondativi per l’identità del gruppo: la scelta del nostro nome.
Ci puoi parlare di come si è svolta questa scelta?
Tutto è iniziato con un grande foglio bianco. Su questo foglio, ogni persona che ha partecipato ai primi incontri ha scritto una parola che riassumesse quelle che erano le speranze che nutriva nei confronti di questo gruppo e di questo progetto, volontà, aspettative, desideri: ciò che ancora non era, ciò che avremmo voluto che fosse. Tutte queste parole, poi, sono state fatte fiorire su quel foglio: per mesi, ad ogni incontro, venivano aggiunte frecce, disegni, colori, altre parole che prendevano vita dall’associazione delle idee precedenti, per poi riunire, ricucire e riassumere, fino a distillare da quel foglio una piccola rosa di significanti che includesse quella vastità di significati che avevamo raccolto. Una di queste parole finali era proprio vento, ed è stata lei, alla fine, a conquistarci.
Il nome che avete scelto riassume bene anche quello che è il manifesto della vostra comunità, giusto?
Sì, Teatro diVento è un nome che racconta molto di ciò che siamo: il gioco di parole si intuisce presto, e vuole restituire la dualità del diventare – inteso come la trasformazione del sé che è alla base dell’arte teatrale, la metamorfosi del reale che avviene sul palcoscenico – e del far diventare – il generare, proprio con il teatro e l’arte tutta, un cambiamento, anche fuori dalle quattro mura che racchiudono palco e platea – proprio attraverso l’immagine del vento. Il vento che soffia e spinge, che gonfia le vele e fa uscire le navi dal porto. Un vento che è in grado di togliere la polvere da sotto i tappeti e da sopra le coscienze, che può agire sul reale per spostarlo, graffiarlo, ma anche accoglierlo e accarezzarlo. Crediamo in un teatro politico e sociale, che nasce dal mondo che lo circonda e prova, raccontandolo, a trasformarlo, ad agire su di esso. Un teatro che ha qualcosa da dire, ma non per distruggere; per creare: comunità, relazioni, dubbi, consapevolezze, emozioni. Per costruire una rete sociale e culturale sia dentro che fuori dal nostro gruppo, perché, si sa, il teatro per esistere ha bisogno tanto di chi lo fa quanto di chi lo osserva. Esseri umani, vivi, che si relazionano con altri esseri umani, vivi. Mai come oggi ne abbiamo bisogno.
Ecco cos’è una comunità teatrale per noi. Di certo non la rivoluzione che il mondo attende: un soffio di vento da solo solleva al massimo un po’ di sabbia. Ma sappiamo che soffiando insieme qualcosa in più si può fare. Attraverso un’arte performativa si può costruire un’alternativa alla performatività che innerva la nostra società. Attraverso un’arte che si esprime con la finzione si possono costruire legami e comunità autentiche. E proprio un’arte che da anni ci dicono che stia morendo è invece quella che tra tutte può essere più viva e generare più vita dentro e fuori da essa.
Teatro diVento è, in piccolo e con l’umiltà di chi sa di essere un fragile soffio tra le tempeste, il nostro tentativo imperterrito di fare tutto questo a modo nostro, costruendo amore e bellezza, divertendoci nella speranza di divertire, crescendo e mettendoci in discussione con la speranza di generare un cambiamento anche fuori da noi. A guidarci, però, è anche la consapevolezza che la cura, la crescita e il cambiamento difficilmente si potranno trasmettere fuori di noi se prima non vengono coltivate dentro al gruppo stesso. Ecco perché anche il nostro modo di fare laboratorio, gestire gli incontri e preparare gli spettacoli vuole rispecchiare il nostro tentativo di essere una comunità: la priorità è sempre il benessere delle persone che abitano il gruppo, anche a discapito dell’efficienza o della resa artistica. I concetti di cura e di consenso sono sempre alla base delle nostre attività, e l’ascolto reciproco è la coordinata di base verso cui cerchiamo sempre di puntare la nostra rotta, per una pratica teatrale etica. Certo, a volte si sbaglia, si inciampa: ma nel dialogo e nel confronto si trova sempre il modo per riparare e riconciliare. Da quel pomeriggio assolato al Parco del Valentino molto è cambiato, luoghi, storie, anche alcune persone, ma quello che è rimasto è ciò che il nostro nome racconta: le speranze di chi c’era e di chi è arrivato dopo, e i passi di chi, da quattro anni, quel vento prova a soffiarlo, e da quel vento prova a lasciarsi spingere. Tra una risata e l’altra.
