
Il tema della bellezza, in particolare quella femminile, permea da sempre l’immaginario cinematografico occidentale, a partire da classici come Vertigo di Alfred Hitchcock, cult come Pretty Woman o opere più contemporanee come The Neon Demon. Uno strumento di analisi critica sull’argomento lo offre senz’altro il genere del body horror, dove il corpo diviene specchio di un vissuto psicologico e interiore. In un sincretismo tra ossessione per la bellezza, oggettificazione del corpo femminile e la violenza strutturale di uno sguardo che radica un canone di “perfezione estetica”, proponiamo un’analisi comparativa tra due film lontani nel tempo e nello spazio – dalla Norvegia del 2025 all’America degli anni ’90 – per ricostruire un filo tematico tra due gioielli cinematografici: The Ugly Stepsister e Death Becomes Her.
The Ugly Stepsister (2025):
Affascinante esordio della regista norvegese Emilie Blichfeldt e vincitore come Miglior Film al Sitges Festival Internacional de Cinema Fantàstic de Catalunya, The Ugly Stepsister è la riscrittura gotica della celebre fiaba di Charles Perrault, Cenerentola, raccontata dal punto di vista di Elvira – una delle sorellastre – qui interpretata da una straordinaria Lea Myren. Il film, già a partire dal titolo, concentra la sua poetica sulla natura intrinsecamente violenta della bellezza. Nella fiaba originale, che segue archetipi tradizionali, la bellezza di Cenerentola rappresenta unicamente il riflesso della sua purezza interiore, mentre la bruttezza delle sorellastre è il segno visibile della loro natura infida e superficiale. Blichfeldt rielabora questo assunto attraverso un feroce e personale female gaze, restituendo una pellicola che racconta l’estetica della perfezione come matrice di distruzione psicologica.
Il racconto viene vissuto attraverso il dolore fisico ed emotivo di Elvira, che, dopo la morte di Otto, il padre di Cenerentola (qui chiamata Agnes), tenta disperatamente di conquistare l’esigente approvazione materna. È proprio la madre a condurla sotto le mani del cinico Dr. Esthétique – autore del motto «beauty is pain» – un chirurgo estetico che la sottopone a una serie di operazioni estremamente brutali (l’impianto delle ciglia finte, ad esempio, richiama visivamente la celebre scena di Arancia meccanica). L’obiettivo è uno solo: conquistare il principe al ballo che si terrà di lì a pochi mesi, un matrimonio che potrebbe risollevare le sorti della famiglia, ormai sull’orlo della rovina. Elvira è totalmente succube del sistema in cui si trova intrappolata: la vediamo spesso specchiarsi, un gesto che assume un potente valore simbolico della frattura della sua identità; è lei stessa a decidere di ingoiare l’uovo di tenia, affinché il verme possa nutrirsi al suo posto e permetterle di raggiungere un corpo ritenuto “conforme”. L’immagine del parassita non è affatto casuale: la divora dall’interno e la consuma, mostrando una fame che non è solo fisica, ma esistenziale, che nel suo eccesso mostra una mancanza vissuta dalla protagonista.
I vermi, inoltre, ritornano ossessivamente: ricoprono il cadavere paterno e sostituiscono i teneri topolini della favola disneyana, ricucendo l’abito della futura principessa. Anche nell’apice del delirio di Elvira, quando durante il ballo comprende che la scelta del principe non ricadrà su di lei ma su Agnes, i vermi iniziano a invadere la sua percezione: li scorge sul banchetto delle vivande, nelle bocche degli invitati, tra i capelli sontuosi delle dame. Essi rappresentano l’estrema manifestazione della tragedia della protagonista: la bellezza non è soltanto dolore – dolore che rappresenta promessa illusoria di felicità – ma anche morte metaforica, che permea sin dall’inizio la struttura narrativa di questa fiaba conturbante, insieme ai simboli fisici della bellezza femminile tradizionale: pettini, specchi, abiti sontuosi, fanciulle in tutù soffici e leggiadri come in un quadro di Degas.
L’unica figura femminile capace di sottrarsi al sistema è la sorellastra minore, Alma, che raccoglie i frammenti di una sconvolta Elvira dopo l’atto estremo di auto-mutilazione per indossare la scarpetta. Insieme fuggono dalla dimora materna, rifiutando un meccanismo fallace privo di qualsiasi promessa emancipatoria. La storia raccontata dalla regista non è una parabola fiabesca con un lieto fine, ma la trasposizione di un’intensa female rage che trova spazio in un racconto oscuro e satirico, dove il sangue diviene esposizione letterale di un dolore ben più radicato e profondo.
Death Becomes Her (1992)
Il film cult di Robert Zemeckis (regista di Ritorno al futuro e Forrest Gump) affronta invece il tema della bellezza in una chiave umoristico-grottesca, condito da un tocco di camp. Anche Death Becomes Her – La morte ti fa bella nella traduzione italiana – racconta della lotta tra due personaggi femminili, Madeline Ashton (interpretata da un’iconica Meryl Streep) ed Helen Sharp (una altrettanto strepitosa Goldie Hawn). Le due si contendono l’attenzione del dottor Ernest Menville (interpretato invece da Bruce Willis) – ma la rivalità tra le due donne è forse più concettuale, una lotta intrisa di vanità, invidia, e forse anche di una più intima ricerca di approvazione.
La premessa narrativa vede l’avvenente attrice Madeline “derubare” Helen del suo promesso sposo, rendendo così la vendetta di quest’ultima lo scopo della sua vita. Il confronto estetico tra le due risulta quasi didascalico: Helen è una donna semplice, poco truccata e vestita con abiti sobri; Madeline invece è sensuale, sebbene caratterizzata da colori “glaciali”, specchio della sua personalità. Esplicitando i rigidi canoni estetici dell’epoca, il film associa l’aumento di peso di Helen, dopo la rottura con Ernest, alla trasandatezza e a una presunta scarsa igiene: l’uso del fat suit riduce il corpo grasso a un “costume” da indossare, anziché a un’identità reale. A Helen non viene dato il permesso di esistere – o di realizzare il suo sogno di diventare una scrittrice di successo – fintanto che non corrisponde a quegli ideali estetici socialmente accettati. Gli stessi ideali da cui anche Madeline risulta ossessionata, manifestati nel suo terrore nei confronti dell’invecchiamento, che la porterebbe a perdere il suo status, soprattutto nel suo lavoro nel mondo dello spettacolo.
Il punto di svolta narrativo avviene attraverso l’incontro con la misteriosa Lisle Von Rhuman, interpretata da una magnetica Isabella Rossellini: simile a una Circe del XX secolo, la donna-maga offre a Madeline una pozione in grado di ringiovanire il corpo e renderlo eternamente bello (una sorta di The Substance ante-litteram). Tuttavia, una lite con Ernest causa la caduta di Madeline e una conseguente frattura dell’osso del collo, con l’inevitabile rivelazione del lato oscuro del dono appena acquisito.
In una delle scene successive, anche Helen viene colpita da un colpo di fucile all’addome, riuscendo a sopravvivere. Diventa così chiaro che entrambe le donne hanno fatto uso della pozione, ritrovandosi in una condizione liminale di “morte apparente”. Il punto centrale di questa rappresentazione è la plasticità dei loro corpi: attraverso un umorismo da cartoon, il corpo femminile viene scomposto come quello di una bambola e modificato in maniera innaturale. L’estetica glamour del film si accompagna alla decomposizione e al decadimento fisico: qui – a differenza di The Ugly Stepsister – non esiste il dolore, così come il sangue, poiché il corpo diviene
unicamente strumento di performance. È interessante notare come in entrambe le opere sia presente un uomo-dottore che “migliora” il corpo femminile: ma se nella fiaba dark di Blichfeldt è personificazione di uno standard che impone sofferenza, nel film di Zemeckis è una figura remissiva, manipolata dalle controparti femminili. Ernest, scegliendo di rinnegare la pozione e l’immortalità, è l’unico personaggio a vivere davvero un lieto fine, a discapito delle protagoniste costrette ad assistere alla decadenza del proprio corpo, divenuto via via sempre più mostruoso, come punizione per la loro hybris. Il dualismo “bellezza-morte” in questo caso si legge in chiave visiva più che metaforica: la morte diventa espressione di un umorismo nero e manifesto critico alla cultura della bellezza. Denuncia lo sguardo oggettificante, ma in un certo senso comunque attinge a esso: si tratta di un film indubbiamente spettacolare sul piano della messinscena, ma forse ambiguo nel suo messaggio finale.
Le due pellicole sono specchio dei rispettivi immaginari culturali e approfondiscono una tematica simbolica attraverso un puro female gaze – nel caso di The Ugly Stepsister – e la derisione di un eccessivo e surreale male gaze – nel caso di Death Becomes Her – portando alla luce una struttura implicita di dominio sul corpo femminile. Attraverso la metamorfosi fisica dei suoi personaggi, si evincono le modalità attraverso cui essa può apparire, filtrate da una visione artistica che ne amplia ancora di più la portata emotiva sullo spettatore, attraverso un turbamento catartico o una risata satirica.
CONSIGLIO DI LETTURA
Se ti sono piaciuti The Ugly Stepsister e Death Becomes Her, potrebbe interessarti: Cloro di Jade Song (Mercurio Books, 272 pagine).
Nuotatrice agonistica e studentessa modello, Ren Yu è convinta di essere una sirena intrappolata nel corpo di una giovane donna. La sua ossessione inizia lentamente a deviare il corso della sua esistenza e dei rapporti con le persone a lei care, spingendola presto verso un punto di non ritorno. Jade Song costruisce una parabola narrativa lucida e spietata, in cui il corpo diventa l’estensione sensoriale dell’alienazione e del disturbo della protagonista.
