Con la crescente digitalizzazione dei mezzi d’informazione l’infodemia è sempre più dilagante: ogni giorno veniamo sommersi da un mare di notizie che ci disorientano. Parliamo di questo tema con Ranpo, uno dei fondatori e attuale direttore della rivista BLAST.
Che cos’è per te l’infodemia, e perché leggere BLAST ne è la cura?
R. È una cura perché BLAST è l’unico blog che cavalca quest’onda che ormai è lo stato attuale del mondo dell’informazione. ‘Infodemia’ è una parola che è stata coniata ai tempi della pandemia, e indica il bombardamento costante del mondo dell’informazione; il punto è non cedere, ovvero non finire sott’acqua asfissiati da questa situazione, ma risalire. BLAST aiuta proprio in questo senso: guardare l’informazione e il mondo in un modo diverso, se vogliamo anche più matto, ma che spiega molto di più. Noi non siamo un’agenzia di stampa e non facciamo cronaca; definiamo i nostri articoli ‘mattualità’, ‘psicopolitica’: abbiamo questo stile cyberpunk con un’estetica accelerazionaria e contraddittoria. L’idea è far emergere i cortocircuiti della narrazione ufficiale e del mondo in generale.
Qual è il processo di lavoro di BLAST?
R. La redazione di BLAST è composta da ragazzi nati quasi tutti dopo il 2000, molti sono universitari, ed è molto varia, sia geograficamente che culturalmente: abbiamo ingegneri, filosofi e letterati. Noi abbiamo un gruppo Whatsapp in cui ci sentiamo, e quando qualcuno ha l’idea per un articolo la propone. A volte la scrittura non arriva solo dalla redazione ma anche dall’esterno: BLAST è un collettivo aperto e anonimo. Tutti noi ci conosciamo ma usiamo degli pseudonimi, perché non vogliamo che la persona venga prima del messaggio; su Instagram spesso si tende a dire “Io scrivo per questo, io scrivo per quest’altro”. Noi pensiamo che non sia importante chi scrive ma il messaggio, e proprio grazie a questo culto dell’anonimato molte persone, a volte anche al di sopra della mie aspettative, ci scrivono per proporci loro articoli. A volte sono cose scarse, altre volte sono molto belle. Ogni tanto facciamo delle ricognizioni nella casella di posta e vediamo se c’è qualche articolo esterno che è interessante pubblicare. Questa è la fase uno; poi ci sono la fase due e la fase tre, che sono l’impaginazione e la grafica. Il progetto di BLAST non è solo su Instagram ma anche sul nostro sito. Questo perché usiamo il meme come lingua, e usiamo questa lingua per parlare all’interno di ogni articolo: la nostra cifra stilistica è il ‘meme’ e il ‘matto’. Il grafico si occupa degli elementi singoli dell’articolo, poi abbiamo un gruppo di impaginatori che impaginano gli articoli sul nostro sito aggiungendo molti effetti psichedelici, tant’è che dopo un paio d’anni avevamo ricevuto molte lamentale di alcuni utenti che ci dicevano di fargli venire l’epilessia nel leggere i nostri articoli. Noi abbiamo capito che effettivamente poteva dare fastidio, così quando in seguito abbiamo lanciato il nostro cartaceo trimestrale, Proiettili, abbiamo introdotto la modalità di lettura ‘Boomer’, che dà la possibilità di leggere gli articoli in bianco e nero.
Per Proiettili il processo rimane simile, anche lì usiamo il meme come lingua per parlare di determinati temi. Il nostro primo numero è stato incentrato sulla guerra, l’ultimo proprio sull’infodemia. Gli articolisti scrivono i loro articoli che riguardano il tema del numero, e poi facciamo una correzione. Dopodiché ci occupiamo degli elementi grafici e dell’impaginazione; nel cartaceo grafici e impaginatori collaborano più strettamente, perché nell’impaginazione vanno inseriti alcuni elementi grafici memetici, quindi gli stessi impaginatori chiedono ai grafici di creare i meme di cui hanno bisogno. Spesso l’ispirazione non nasce solo dagli eventi di attualità, a volte la scrittura nasce proprio da alcuni meme che ci condividiamo all’interno della redazione.
Per chiudere il cerchio: BLAST vuole combattere l’infodemia approfittando dei suoi stessi strumenti?
R. Sì, l’idea iniziale è stata proprio quella di usare una lingua che noi giovani già parlavamo, che è la lingua di internet. E dopo il Covid è diventata la lingua di tutti, perché anche i boomer la usano: persino mia mamma e mia nonna a volte mi mandano il buongiorno con un meme. Il meme è la lingua propria di internet, e secondo noi mancava un utilizzo serio di questo linguaggio.
