«Everybody wants to be us»: Il mito e la parabola culturale de Il Diavolo veste Prada

Nell’estate dell’anno 2006, le sale cinematografiche statunitensi videro l’avvento di un film che presto si sarebbe tramutato in un vero e proprio fenomeno della cultura pop occidentale. Con la regia di David Frankel – che riprende il ruolo anche per il sequel – Il Diavolo veste Prada porta sullo schermo il bestseller omonimo di Lauren Weisberger, basato parzialmente sulla sua esperienza come assistente di Anna Wintour, per 37 anni direttrice di Vogue America

Frankel crea all’apparenza una commedia dai toni coming of age, una narrazione divertente e leggera che non ambiva certo alle grandi produzioni autoriali. Eppure, quest’opera è ugualmente riuscita a entrare nel cuore di moltissimi spettatori e spettatrici, cementificandosi all’interno del nostro immaginario culturale: citazioni divenute iconiche (chi non esordisce con un “Avanguardia pura” quando vede un pattern floreale per una collezione primaverile? Per non nominare l’indimenticabile maglioncino ceruleo), ostentando un’estetica glamour che fa della celebrazione della bellezza patinata da rivista il suo punto cardine. E se il film sembra a tratti voler accennare alle problematiche sostanziali dell’industria della moda, ha finito però per divenire quasi un’ode a essa, ampliando il fascino letale di quel lusso accessibile solo a pochi eletti, il tutto sotto le ipnotiche note di Vogue di Madonna.

Si tratta di un tipo di cultura ed estetica estremamente vivida nei primi anni 2000 – ma cosa è cambiato dunque in vent’anni, e cosa ha da dirci ancora un’opera come Il Diavolo veste Prada, al giorno d’oggi? I fenomeni della cultura pop, forse persino più delle opere indipendenti e i progetti autoriali – che puntano più alla visione del singolo – risultano uno specchio inequivocabile della nostra società, dei nostri desideri e dei nostri valori. Cosa ci raccontano i personaggi di quest’opera a distanza di due decenni? E soprattutto, la domanda che molti si sono posti: era davvero necessario un sequel, o si tratta di una mera operazione di marketing che vuole solo monetizzare l’amore dei fan? 

Proveremo quindi a rispondere a queste domande, analizzando nel dettaglio entrambe le pellicole e addentrandoci nel profondo del loro cuore narrativo.  

Il Diavolo veste Prada (2006)

Per comprendere i punti cardine che hanno reso questo film indimenticabile e ciò che il suo impatto ha significato sul pubblico, è necessario partire senz’altro dall’analisi dell’opera cinematografica originaria. 

Il film del 2006 si apre sulla protagonista Andy Sachs, una giovane laureata appena arrivata a New York con il sogno di diventare una giornalista d’inchiesta: dallo specchio la osserviamo mentre si lava i denti, un’azione ordinaria – ma l’aspetto interessante da sottolineare è il modo in cui viene costruito questo incipit e che già annuncia il presupposto dell’intero film. Le azioni di Andy vengono inframmezzate da immagini di quelle che presumiamo essere donne appartenenti al mondo della moda – modelle, donne in carriera, non ci è dato saperlo perché non le rivedremo più – mentre si preparano, curando ogni dettaglio che concerne il loro aspetto: la biancheria intima, l’abito, gli accessori, le scarpe. Ognuno di questi elementi attesta l’appartenenza a uno status, una consapevolezza sensuale del proprio corpo, ma anche l’ossessività per la performance, un’apparenza perfettamente costruita che un passo falso può fare crollare in un batter d’occhio. Andy – l’eroina della storia – è l’opposto di tutto questo: non cura il suo aspetto, ha i capelli disordinati, il suo unico trucco è un semplice gloss, i vestiti sono considerati molto poco avvenenti e fuori moda. Da qui si denota anche il primo paradosso del film: Andy dovrebbe rappresentare ai nostri occhi la cosiddetta “ragazza brutta”: eppure viene interpretata da un’attrice che rientra a pieno nei nostri canoni di bellezza, come Anne Hathaway (questo ci porterà all’elemento topico del film: il momento makeover). 

La prima premessa narrativa del film è dunque, fondamentalmente, un confronto: la bellezza e il successo economico da una parte; la trasandatezza e la difficoltà a emergere socialmente dall’altra – come è nel caso di Andy, che ci risulta da subito ingenua e impacciata. Questo dualismo diventa ancora più diretto quando Andy incontra, per il colloquio a Runway, Emily Charlton (interpretata da un’irriverente Emily Blunt), la prima assistente del suo futuro capo – la temibile Miranda Priestley. È proprio Emily, che fino a poco tempo prima ricopriva il ruolo per cui si è candidata Andy, a dirle che “Un milione di ragazze ucciderebbero per questo posto” – e forse neanche tanto metaforicamente – aprendo gli occhi alla giovane protagonista sul potere che quel mondo detiene su tantissime giovani donne, e non solo. Andy diventa dunque la seconda assistente di Miranda, nonostante veda quel lavoro unicamente come un trampolino di lancio per la sua carriera: il suo è un viaggio da incubo sotto le costanti e terribili richieste del tiranno che è Miranda Priestley, tra le chiamate ad ogni ora del giorno e della notte, per colei che però non ricorda neanche (o finge di farlo) il suo nome, in un certo senso “deumanizzandola”.

E se Andy ci viene dunque raccontata come una ragazza che sente il bisogno costante di approvazione – come viene esplicitamente messo in evidenza dai rimproveri di Nigel – Miranda è un personaggio che esprime in modo sublime le paure sotterranee sul femminile. Avvicinandosi pericolosamente alla caratterizzazione di una villain Disney – una sorta di Crudelia De Mon divenuta CEO della moda – Miranda è la donna che non corrisponde più a tutto ciò che il femminile ha preteso da lei. Per questo motivo viene definita dispotica, feroce e detiene un potere di “vita e morte” all’interno del suo regno: per le sue assistenti, ma anche per gli stilisti, come James Holt, che cambia la sua intera collezione solo per compiacerla – “La sua opinione è l’unica che conta davvero”, dichiara Nigel ad Andy. Anche grazie all’interpretazione magistrale di Meryl Streep però, Miranda non viene incastrata in un personaggio odioso e bidimensionale, sebbene spesso vogliano farcelo credere. Sotto un certo punto di vista, anzi, la ammiriamo e allo stesso tempo la compatiamo, vedendo la donna più vulnerabile dietro l’immagine statuaria, la stessa che vede anche Andy e che la spinge a seguirla. 

Miranda rappresenta sì il lato opprimente dell’industria della moda, perpetua un canone di femminilità strenuamente schiacciante, soprattutto attraverso la grassofobia latente che permea l’intero primo capitolo del franchise (ma che rispecchia molto la cultura di quegli anni, presente anche in molti altri film, come anche ad esempio Il Diario di Bridget Jones); allo stesso tempo, però, rompe anche ogni regola: “Se fosse un uomo non verrebbe ritenuta sadica, ma direbbero solo quanto è in gamba nel suo lavoro”, afferma con sicurezza Andy, e noi non abbiamo dubbi a crederle. Per questo non possiamo definirla una rappresentazione pienamente positiva ed emancipatoria, ma riconosciamo in lei una spinta verso un femminile capace anche di dominare lì dove non le sarebbe permesso farlo.

Colui che invece è stato – e continua a essere – recepito come il vero villain del film è l’“innocuo” fidanzato di Andy, Nate. Sebbene infatti Nate appaia come il ragazzo dolce, che sogna di divenire un cuoco di successo e ama Andy nonostante la sua apparenza poco curata, bisogna scavare dietro la facciata e leggere la misoginia piuttosto sottile che si cela dietro le sue parole e gli ostacoli che pone sul cammino della protagonista. Il cambiamento iniziale di lei, poco dopo l’assunzione alla rivista e il classico “momento makeover” – punto canonico di ogni film del genere in quegli anni – non viene recepito subito come una minaccia, ma anzi è seducente, quasi un roleplay: è quando inizia a diventare più “incontrollabile” che la patina bonaria di Nate inizia a sgretolarsi. Nate non nasconde mai la sua contrarietà a ciò che rappresenta il mondo in cui Andy è entrata: sembrerebbe dunque che dia più importanza alla sostanza e all’identità, piuttosto che all’apparenza. Ma se invece così non fosse? Nate non prende mai davvero sul serio il lavoro di Andy a Runway, anzi a più riprese la spinge a ritirarsi, nonostante lei inizi a sentirsi sempre più sicura e a riscoprire nuovi lati di sé in quella dimensione. La sceneggiatura vorrebbe forse suggerirci che l’eroina dovrebbe costringersi a scegliere tra la vecchia sé – insicura, poco consapevole del suo corpo, però “autentica” – e una nuova sé, più determinata, ma anche disposta a rinunciare a ciò che rappresentavano i suoi valori, una nuova versione di sé che frequenta l’affascinante e subdolo Christian Thompson, oppure che sceglie di andare a Parigi sottraendo la possibilità alla collega Emily. Nate, però, non sembra tifare mai davvero per la sua partner: il suo è un amore condizionato, e fin tanto che Andy non diventa troppo libera, allora non costituisce per lui un pericolo. Tanti spettatori l’hanno detestato proprio perché, più che un vero “ritorno a casa”, la riunione tra Andy e Nate sul finale della pellicola sembra come una rinuncia personale per la nostra eroina, il cui successo non può oscurare quello di Nate – che infatti ha trovato un nuovo lavoro come cuoco, realizzando il suo sogno – e chiede alla protagonista di seguirlo. 

Il percorso di crescita di Andy in questo primo film la vede prendere una maggiore consapevolezza di sé, passando dall’essere una giovane studentessa acerba a una donna che non vede più il mondo solo in bianco e nero: anche l’industria della moda riacquisisce una nuova dignità ai suoi occhi, e nonostante decida di abbandonare Miranda e non diventare “come lei”, noi in quanto spettatori sappiamo che il suo viaggio a Runway l’ha cambiata profondamente. L’approvazione di Miranda ha acceso una scintilla dentro il suo cuore, una scintilla che gli spettatori ereditano – il finale di questo film lascia a chi lo guarda la voglia di ritrovare in sé stessi quella stessa luce, quel sogno a lungo sopito.

Il Diavolo veste Prada 2 (2026)

Passiamo però al vero elefante nella stanza: il sequel e il racconto che viene ripreso dalla conclusione del precedente. 

Il secondo film inizia quasi a specchio, con la medesima scena del primo: Andy che si lava i denti davanti allo specchio. Anche in questo caso si tratta di una scelta d’intenti, diversa però rispetto a quella del primo film: qui il messaggio allo spettatore dichiara fin da subito che si vuole catturare l’attenzione puntando sulla citazione e l’emotività dello sguardo che rivede sullo schermo momenti, frasi e personaggi a cui si era affezionato, riconfezionati a vent’anni di distanza.

Andy ci viene presentata come una giornalista di successo, e sembra aver di fatto raggiunto quello che era stato il suo sogno fin da principio; tuttavia, questa sicurezza crolla nel momento in cui si ritrova licenziata, insieme ai propri colleghi, durante il corso di una premiazione proprio per celebrare il suo lavoro. Il suo personaggio dovrebbe apparirci quindi in crisi, senza fondamenta, perso come era persa l’Andy all’inizio del primo film: eppure in questo secondo capitolo manca una vera e propria messa in crisi dei personaggi, che non sembrano mai davvero tentennare. 

Quando Andy si ritrova nuovamente nell’ufficio di Runway, convocata per ricoprire il ruolo di features editor per la rivista – anch’essa in crisi a causa di uno scandalo sullo speed fashion – conosciamo la nuova assistente di Miranda, Amari (interpretata fra l’altro da un’incantevole Simone Ashley) e il secondo assistente. Entrambi non ci appaiono mai in crisi così come lo erano state Andy ed Emily, la quale era perennemente caratterizzata da uno stato nevrotico, e di conseguenza anche molto umano. In questo sequel, tutto appare perfetto e artificioso, come se una patina avesse cristallizzato i suoi personaggi senza volerli davvero ridimensionare. Incontriamo Miranda come una sorta di “nobile decaduta”: qui, più che nel film precedente, sentiamo l’influenza del capo Irv Ravitz, che viene poi sostituito dal figlio Jay, un uomo lontano dall’industria e che non tratta Miranda come l’“icona intoccabile”, bensì come una pedina da spostare a suo piacimento.  

Il maschile del sequel de Il Diavolo veste Prada – in particolare Jay Ravitz e il milionario Benji Barnes – è rappresentazione di un potere maschile cinico, infantile, che gioca con il femminile per attestare il proprio dominio. È proprio Barnes che utilizza – o tenta di farlo – il suo potere economico per cancellare il monopolio di Miranda Priestley, a nome di una società che ormai corre troppo in fretta, di un cambiamento impossibile da sovvertire: l’intelligenza artificiale e il denaro come certezza di vittoria contro una tradizione ormai decadente. Il film sembra dunque voler scuotere le fondamenta del “regno di Miranda Priestley”, ma il problema è che questo principio non viene mai portato fino in fondo. Così come accennato per le cosiddette “nuove Emily”, anche il personaggio di Miranda ci viene comunque presentato quasi ibernato, senza l’intenzione di essere mai davvero demolito. L’occasione persa del sequel, a mio avviso, è che si sarebbe potuto rendere il personaggio di Miranda molto più “terreno”: toglierle l’aura sacrale per riportarla a contatto con la sua parte più umana, quella che avevamo già intravisto nel primo film. Ma gli unici momenti in cui ciò sembra avvenire si riducono a siparietti comici – come il viaggio aereo in economy, ad esempio, o la scena in cui deve appendersi la giacca da sola, la stessa che era abituata a lanciare sulla scrivania dell’assistente – e la rendono, semmai, un personaggio molto più piatto di quello che era stato nel film precedente. L’unico, piccolo salto in avanti è renderle una storia d’amore appagante – quella con il marito, interpretato da Kenneth Branagh: Miranda non è più punita per essere una donna di successo, come era stato nel film precedente, dove la sua vita privata era specchio del suo “fallimento come donna tradizionale”, come moglie e come madre. Miranda sottolinea ciò che ha perso per raggiungere la sua posizione lavorativa, però, almeno in questa piccola parentesi, il sequel tenta di ridarle una maggiore complessità.

Probabilmente è proprio il personaggio di Andy quello che sembra perdere più di tutti: la protagonista sembra in qualche modo retrocedere per ritornare a ciò che era stata, solo mantenendo il suo glow-up estetico. Fondamentalmente Andy, nel corso della pellicola, ritorna a essere la ragazza ingenua in cerca di approvazione – anche qui, nuovamente di Miranda – ma il film non apporta nessuna nuova lettura alla sua storia, anzi, semmai la appiattisce. Anche la parentesi romantica con l’architetto australiano è un confetto senza nessuna profondità: se lo eliminassimo completamente dalla sceneggiatura, non cambierebbe davvero nulla nel complesso della trama o nella caratterizzazione del personaggio di Andy. Se Nate – in tutta la sua problematicità, come abbiamo sottolineato – almeno era una rappresentazione visiva del dilemma etico della prima Andy, questa parentesi romantica ci lascia estremamente tiepidi, e come quasi tutto il resto del film, appare un artificio confezionato. 

Il punto è proprio la mancanza di un vero conflitto interiore per i personaggi: lo stesso dualismo dell’industria della moda, appena accennato nel primo film, qua scompare. L’unico vero cattivo è il sistema, la cultura consumistica portata al suo estremo, la cancellazione dell’umano e, in particolare, del femminile – che tenta in qualche modo di riappropriarsi del proprio spazio. Il film cerca di adattarsi allo spettatore moderno, di raccontare la crisi del sistema delle riviste, della tradizione che viene schiacciata dal cambiamento freddo dei burocrati (rappresentato in primis dal figlio di Irv), ma non riesce a portare questa narrativa a compimento. Tutto viene risolto senza troppe difficoltà: Sasha Barnes (la milionaria interpretata da Lucy Liu), assume un ruolo da deus ex machina, risolvendo la situazione e restituendo senza troppi dilemmi le redini a Miranda Priestley. Non sentiamo mai davvero il pericolo che questo dominio incontrastato potesse, effettivamente, soccombere: lo status quo è mai stato davvero in pericolo? 

Da questa analisi, ecco l’arringa finale: cosa davvero ha voluto raccontare Il Diavolo veste Prada 2? Se lo si guarda non considerando il legame emotivo – ritrovare quei personaggi tanto amati, le stesse battute e strizzate d’occhio al pubblico, il nostro carissimo maglioncino ceruleo – nella sostanza forse, questo film non ha davvero molto da raccontare. Ma allora, qual è stato il suo obiettivo? Forse, fondamentalmente, si trattava proprio questo. Il sequel non intende sovvertire nessuno schema: il finale della pellicola ci mostra una Miranda Priestley pressoché uguale a quella che avevamo lasciato nello scorso film; una Andy che la segue ciecamente e non ha voluto mettere in discussione nessun sistema; una Emily che, nonostante il suo tentativo fallito di emergere come “nuova Miranda” rimane comunque sempre iconica nelle sue routine nevrotiche, di cui sorridiamo. Forse è questo che lo spettatore contemporaneo ricerca: una sensazione di conforto, di stabilità e nostalgia. Vuole riprovare ciò che aveva già provato in passato, solo rivestito e riscritto per un occhio più moderno (con qualche maldestro tentativo di aggiustare il tiro lì dove il primo film ora risulterebbe anacronistico). Tutto rimane safe, e in un mondo frenetico dove tutto è dominato dall’instabilità più feroce, il pubblico si rifugia in un prodotto che rassicura e riporta codici conosciuti e familiari. Alla fine, anche nell’era imperante dei social, degli influencer, dove il mondo appare mutato e a tratti irriconoscibile, vale ancora lo stesso motto: 

Everybody wants to be us.

Conclusioni: Sebbene entrambi i film de Il Diavolo veste Prada viaggino sul filo di un’opera che non vuole né condannare né celebrare a pieno regime, l’opera cinematografica di David Frankel diventa un faro della cultura pop a cui non ci si può sottrarre, come si è denotato dal successo globale del sequel. La “parabola culturale” del film ha modellato un immaginario, che non ha nessuna intenzione di essere cambiato – almeno, non per ora. La domanda che dunque mi sento di porre a chi ha visto entrambe le pellicole, ai più affezionati e anche ai più critici, è questa: si tratta davvero di voler ribaltare un’opera che ha costruito la sua aura cult nel tempo, oppure è forse soltanto il caso di farsi trasportare all’interno di una dimensione leggera e irreale, che ci faccia – anche solo per un attimo – ritrovare una sfera di conforto, senza metterci per forza in discussione?

CONSIGLIO DI LETTURA

Se ti sono piaciuti i due film de Il Diavolo veste Prada potrebbe interessarti: L’alfabeto della moda di Andrea Batilla (Gribaudo, 224 pagine).
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