Tornerò alga

Sono a bordo del treno
verso terre lontane dal cuore
che si fondono in verde e in marrone sfocato.
E scrivo con occhio appoggiato
allo schermo che corre
e dita che intrecciano vimini qwerty
su reti da pesca
che pescano solo fresche parole
ancora guizzanti e bagnate
talvolta. Scorro l’Italia dal vetro che corre,
a parlare poesia e spiegar nostalgia
a chi a grandi passi tocca su punte
il disagio distacco.
Ed io che invece ci calco me stesso,
nel fango terrone il mio tacco
a passi pesanti,
al ritmo incalzante di danza del ragno,
affondo e riemergo
il ricordo calcagno più bello.

Un giorno poi mi è venuta a bussare.
Nel freddo di notte lontana dal cuore
futuro e lavoro non eran che legna
da ardere in voto.
Nel rogo di aghi di pino era nata di nuovo,
non era più legno, era Puglia, era oro.
E ha scaldato la notte e ha sfornato i ricordi
più buoni che ho dentro
con pale di fico su sfondo del mare
che sfondano pietre su pietre a formare
pareti di estatiche estati
che stringono a secco l’inverno che ho dentro alle pinne
e ghiaccio nel becco. E Ballo.
Ballo come caustiche al sole
son mare che scava le mie coste e brucia
come caustiche sode il tuo sale
sulla mia secca corteccia di pomeriggio d’agosto.
La terra che ho invaso mi ha trasformato in un mosto.
Quel germe lontano di un vino mai nato
perché sono andato, seguendo il fermento
del succo di vite
sognate, cercate, strappate.
Vorrei fare pace d’ulivo alle vite che ho scelto
in cambio di quella
che immersa nel dubbio di pece d’un buio
divora ricordi a macchia d’olio. Xylella,
fastidiosa sindrome giovanile
di bruciare radici e rami e mari in cambio d’avvenire
Un canto gabbiano mi sveglia
che tremo su treno di sabbia.
Naufragio, battigia al chiarore
di occhi di madre che schiudono alba.
Mosso da risacche ricolme di ricordi
ondulo al maestrale come pianta
che torna al vaso,
che torna alga.

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